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L’impero degli Agnelli non cede e anzi cresce ulteriormente allargando i suoi confini. Il gruppo Exor, sotto la guida del suo presidente John Elkann, ha assorbito la Gedi diventando in pratica il primo e unico colosso dell’editoria italiana. La famiglia Agnelli, dunque, con un investimento di poco superiore ai 122 milioni di euro si prende ciò che era stato tolto a uno dei suoi membri storici e cioè al principe fiorentino Carlo Caracciolo padre fondatore, insieme con Eugenio Scalfari, del quotidiano “La Repubblica” e anche proprietario de ”L’Espresso” oltreché di tutti i settimanali e quotidiani regionali satelliti con relative frequenze televisive.

Il colpo economico-finanziario messo a segno da John Elkann appartiene senza dubbio a quelli che vanno sotto il nome “giochi di potere” e che offrono al beneficiario vincente l’opportunità di rendere ancora più efficace il proprio ruolo di “primus inter pares” nel quadro delle supremazie internazionali. Di fatto, con questa operazione di mercato, la famiglia Agnelli o ciò che rimane di lei in quanto a successioni si pone come la prima e più potente forza in campo dell’informazione nazionale. Soltanto Urbano Cairo, il presidente del Torino, con il suo Gruppo RCS e con la squadra televisiva de “La7”, potrà fare da controcanto alla voce mediatica della Famiglia.

Questa volta, però, dietro il passaggio di consegne tra potenti esistono suggestioni che vanno oltre i tecnicismi finanziari e le strategie aziendali. Con la sua azione che ad alcuni economisti può apparire spregiudicata, vista la crisi galoppante dell’editoria, John Elkann ha di fatto compiuto un atto per la serie “ritorno al futuro” riprendendo, a nome della Dinasty, ciò che  era stato venduto per poco tempo a Silvio Berlusconi e poi al presidente uscente della stessa Gedi, Carlo De Benedetti. Ci troviamo, dunque, a fronte di una vicenda quasi simile a una di quelle “saghe” in cui i protagonisti sono veri duellanti che si scontrano spinti da pulsioni di vedetta, di rancore e di ambizione.

Il punto di partenza è piuttosto lontano nel tempo. Quando Carlo De Benedetti, giovane imprenditore rampante ed ex compagno di classe alle superiori di Umberto Agnelli, entrò in Fiat dal portone principale. Da quel giorno, l’uomo che veniva definito ”L’ingegnere” anche per contrapposizione a Gianni Agnelli conosciuto come “L’avvocato”, operò con una finalità ben precisa in testa. Diventare, a tempi medi, il primo azionista di quella che era l’azienda leader a livello internazionale nel settore dell’automobile. Un’ambizione malcelata da lui e dai collaboratori dei quali si era circondato che Gianni Agnelli non poteva fare ameno di percepire. Così finì bruscamente l’avventura di De Benedetti in Fiat, ma non il suo desiderio di rivincita.

Fu dopo aver “affondato” l’Olivetti, azienda la quale avrebbe potuto davvero rappresentare il modello italiano della ”Silicon Valley” di San Francisco, che “l’ingegnere” pensò bene di inventarsi editore dando la scalata alla Mondadori anche per poter gestire in qualche modo e più agevolmente i suoi “affari” che andavano dal Banco Ambrosiano alla politica. Davanti e contro di lui il solo Silvio Berlusconi il quale, alla fine, dovette cedere il passo a De Benedetti perché obbligato a farlo dai giudici del tribunale chiamato sciogliere l’intricato nodo del celebre ”lodo”. Per il Cavaliere furono lacrime e sangue. Per "l’ingegnere" il punto di partenza per soddisfare la sua ”vendetta” contro gli Agnelli.

Il progetto si realizzò con l’ingresso, a titolo di maggioranza, della Cir (il gruppo De Benedetti si chiamava così) nella holding dell’editoriale “L’Espresso” del quale faceva parte, appunto, “La Repubblica” che allora era il quotidiano leader della stampa nazionale. Il fondatore di quel giornale era stato il principe "rosso"e illuminato Carlo Caracciolo il quale aveva affidato il timone di quella nave ad Eugenio Scalfari. Caracciolo era il fratello di Marella, moglie di Gianni Agnelli, e quindi pro zio di John Elkann. In qualche modo la Famiglia, seppure con discrezione, poteva tenere sotto osservazione quell’importante strumento mediatico. Opportunità che venne cancellata il giorno in cui De Benedetti liquidò sia il principe che il suo delfino. Oggi, dunque, John Elkann ha restaurato l’ordine dell’impero Agnelli.