L'ex difensore della Roma e del Pescara, Ubaldo Righetti, ha raccontato l'amico Massimiliano Allegri ai microfoni di Tuttosport: "Il problema con Max è che è capace di coinvolgerti in qualsiasi cosa. Anche con i giocatori? Mah, non saprei. Le sue qualità di allenatore sono altre e stanno soprattutto nella sua innata capacità di intuizione immediata, in tempo reale. Lui, per esempio, sa riconoscere lo stato d’animo di un giocatore da come arriva al campo. Uno sguardo all’andatura o alla postura e ha fotografato la situazione. E ovviamente preso le contromisure. Oltre alla capacità di gestire qualsiasi evento problematico con lucidità sia nella vita privata che in quella professionale: elabora e gestisce. Come in queste ultime giornate? Certo, mi sono divertito dopo la sconfitta con il Napoli quando tutto sembrava crollare, perché mi sono detto: Max adesso è nel suo habitat naturale. Odia la tranquillità, lui ha bisogno di essere in difficoltà. E dà il meglio di sé. La prima cosa che ha fatto è stata tranquillizare il gruppo, da lì in poi ha vinto lo scudetto".
 
STANCO, MA... - "Lo è, ma sfido qualsiasi allenatore a dirmi che non vorrebbe quella stanchezza, così carica di soddisfazione. Perché poi guardate che è stanco pure l’allenatore che retrocede. Cosa farà? Continua a fare l’allenatore. Di sicuro non si ferma un anno. Stimoli? E io vi chiedo se ci sono tante squadre che possono dare gli stimoli che dà la Juventus... Restano ancora da battere dei record no?. Resta alla Juve? Quello lo dirà lui, non chiedetelo a me. Io l’ho visto stanco, sì, ma certamente motivato. Magari sta studiando le strategie delle avversarie scudetto. Lui è molto attento. E sa come sfruttare le debolezze degli altri: altra caratteristica del suo modo di allenare. Lui scova i punti deboli degli altri e li sfrutta".
 
ALLENATORE IN CAMPO - "Senza dubbio. E quanto rompeva! Sempre pronto a dare consigli o indicazioni ai compagni. E poi quei confronti con Galeone. Di solito i giocatori di qualità, come era lui, si confrontano con l’allenatore pensando come rendere meglio. Lui non parlava mai di se stesso, ma della squadra e di come farla girare meglio. Ha sempre avuto un’idea collettiva, mai del singolo. Allenatore da sempre ed era un giocatore di grande classe. Premiato meno del dovuto? Ma la sua carriera da calciatore lo ha costruito come uno dei più bravi allenatori del mondo. Un grande. E per noi era indispensabile con la sua qualità. Quando non era al top erano problemi, quindi cercavo sempre di spronarlo. Tanto lo capivo da come teneva le spalle un po’ in avanti che era in giornata. Poi veniva da me e diceva: Rigo, oggi non va, non mi cercare troppo. Poi in campo io lo cercavo lo stesso e gli gridavo: dai gioca ‘sto pallone! Se non lo dò a te a chi lo dò? E lui qualcosa si inventava".