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Vincendo il quinto scudetto consecutivo la Juventus ha lanciato un messaggio al campionato di serie A. E questo messaggio dice: “Alzati e cammina”. È la sconcertante conclusione che si deve trarre da una stagione che ha consegnato al calcio italiano due verità incontrovertibili: l’esistenza di un’eccellenza calcistica capace di competere anche a livello europeo, e l’inesistenza sia di concorrenti degne di questo nome che di un torneo minimamente credibile.

Da cinque stagioni lo strapotere della Juventus cresce in misura direttamente proporzionale all’insipienza delle avversarie, e la stagione che s’appresta a andare in archivio ha confermato il trend in modo imbarazzante: una squadra che dopo 10 partite aveva già accumulato 11 punti di svantaggio dalla prima finisce per vincere con tre giornate d’anticipo e pure per distacco: 12 punti, che minacciano di aumentare da qui all’ultima giornata. E riconosciuti gli indiscutibili meriti ai bianconeri, che probabilmente avrebbero vinto anche in presenza di avversarie più competitive, rimane da chiedersi: ma che razza di campionato è questo? Possibile che una squadra in black out per i primi due mesi della stagione finisca per stravincere?

Esponendo questi argomenti, mi tocca riprendere due articoli che scrissi negli scorsi mesi. Il primo era quello sul “campionato senza padroni”, che in realtà voleva dire “campionato con una Juventus nettamente al di sotto dei suoi standard e una Roma che annaspa”. In quel momento le due favorite designate stavano disattendendo le aspettative. Specie la Juventus, che lo stava facendo in modo clamoroso. E riflettendo su un torneo che vedeva in testa la Fiorentina, il Napoli, e un’Inter non convincente ma cinica, davo per scontato che la Juventus non ce la facesse a rimontare. Pronostico errato, ma anche ampiamente condiviso. In quei giorni erano molti anche fra gli juventini a ritenere che la stagione fosse già persa. E anche le testate di stretta osservanza bianconera, quelle che oggi si sdilinquiscono a incensare Massimiliano Allegri, preparavano allora la ghigliottina per l’allenatore livornese. A prevalere nel mio pronostico sull’impossibilità della rimonta juventina era non tanto una sfiducia verso le possibilità della squadra bianconera, quanto un eccesso di fiducia verso il resto del campionato. Possibile, mi chiedevo, che non ci sia nemmeno una squadra capace di mettere a frutto un ritardo così clamoroso della favorita? Davo per scontato che almeno una ci fosse. E invece no, una dopo l’altra sono cadute tutte.

Con Milan e Lazio mai in corsa, la prima a mollare è stata la Roma, che ha pagato soprattutto l’incapacità di cacciare per tempo Rudi Garcia. Poi ha mollato l’Inter, che ha chiuso male l’anno solare perdendo in casa con la Lazio e ha cominciato in modo disastroso quello nuovo, scivolando fuori prima dalla zona scudetto e poi dalla zona Champions. A ruota dell’Inter ha ceduto la Fiorentina, che era andata nettamente al di sopra delle sue possibilità e adesso continua a pagare quello sforzo. E per ultimo ha ceduto il Napoli, che dalle sorti del campionato s’è visto consegnare un ruolo per il quale non era pronto e l’ha tenuto finché gli è stato possibile. Come in una gara di Pac-man, la Juventus se li è mangiati tutti, uno dopo l’altro, procedendo nel cammino verso la cima. Una dimostrazione di strapotenza umiliante per le avversarie e per il campionato intero.

Già al momento della pausa di fine anno era evidente come stesse andando a finire, e che fosse solo questione di tempo il dover rivedere la Juventus in testa. Avendo questa certezza mi sono dunque apprestato a scrivere lo scorso gennaio, al termine del girone d’andata, un articolo molto duro in cui bocciavo già il campionato. Pronto a sostenere che se la serie A non era già chiusa come lo era la Ligue 1 francese, era solo perché la Juventus, a differenza del Paris Saint Germain, si era presa una vacanza di due mesi. La proposta di articolo suscitò un vivo dibattito in redazione, che portò a correggere la radicalità della tesi. E gli argomenti che portarono a rivedere la posizione furono due, entrambi sacrosanti: 1) “E se poi la Juventus scoppia e non riesce a vincere il campionato, che figura facciamo?”; 2) “Come possiamo raccontare ai nostri utenti che stanno assistendo a un campionato inesistente?”. Ne venne fuori un articolo meno categorico nella tesi, impostato sul suggestivo accostamento fra la Juventus e David Wottle. E ancora una volta, il pezzo era scritto con l’auspicio che il campionato mostrasse un minimo di credibilità. E che se anche la Juventus l’avesse vinto, che almeno ci fosse lotta fino alla fine.

E invece è successo ciò che immaginavo: nel momento in cui i bianconeri hanno messo la testa avanti, il torneo è finito lì. E che ciò sia successo giusto in occasione dello scontro diretto col Napoli è un dato d’alto valore simbolico. L’ultima squadra capace di resistere ha dovuto piegarsi nel confronto sul campo, al termine di una gara priva di scossoni che la Juventus si sarebbe anche accontentata di pareggiare. E da lì il divario fra i bianconeri e il resto del campionato si è trasformato in abisso.

Come giudicare tutto ciò? Benissimo per la Juventus, cui anche i nemici più aspri hanno il dovere di riconoscere i meriti. Malissimo per il resto della serie A, che con questa stagione ha perso un altro pezzo di dignità. Il problema di questo campionato non era la presenza di Carpi e Frosinone, ma di 19 squadre che rispetto alla ventesima sembrano tanti Carpi e Frosinone. Componenti di una lega inferiore. Si diano tutte quante una scossa, ché altrimenti l’anno prossimo la Juventus potrebbe decidere di prendersi tre mesi di vacanza anziché due e vincere comunque.


@pippoevai