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Un leader naturale in campo si riconosce da come attrae la luce, da come il gioco - tutta la dinamica del gioco - sembra appartenergli, da come compagni e avversari lo guardano, con fiducia i primi e con timore i secondi, entrambi uniti dalla stessa reverenza. Questo è stato - da calciatore - l’uomo che oggi compie 50 anni, Zinedine Zidane. Estro e sostanza, un numero 10 dai piedi lievi e dalla forza fisica impressionante, genio molto e sregolatezza poca, almeno se non consideriamo i suoi raptus, le 12 espulsioni rimediate in carriera - quasi sempre per fallo di reazione - compresa la più nota, quella della testata sullo sterno di Materazzi, nella notte felice (per noi italiani) di Berlino. L’avevamo visto uscire a testa bassa, sfilare davanti alla Coppa del Mondo messa in bella mostra a bordocampo, infilare la porta buia del tunnel che conduceva - per lui - non solo agli spogliatoi ma alla fine di una straordinaria carriera. Era Berlino, era la finale dei Mondiali del 2006, erano ormai quattordici anni fa.

Nessuno ancora lo sapeva - men che meno lui - ma quella notte Zidane in realtà stava prendendo una lunga rincorsa che qualche anno dopo l’avrebbe portato a diventare allenatore, quasi per inerzia. Si può discutere a lungo sullo spessore di Zizou allenatore - non ha la visione di mondo di Guardiola, non ha l’allegra genialità di Klopp, non ha l’esperienza di Ancelotti (cui pure ha fatto da vice), non ha il furore di Conte, non ha la maestria tattica di Tuchel - ma in fondo ci sono i numeri che parlano: 3 Champions, 2 titoli nazionali, 2 Supercoppa di Spagna, 2 Supercoppa Uefa e 2 Coppa del mondo per club. Totale: 11 trofei, tutti vinti con il Real Madrid.

Se è vero che Zidane è un eletto - lo è di sicuro - il suo destino è segnato: allenerà la nazionale francese, subito dopo il Mondiale in Qatar. Già prima del Mondiale russo del 2018 una consistente parte di opinione pubblica in Francia l’avrebbe voluto CT, ma il suo ex compagno Didier Deschamps vinse il torneo e chiuse la porta a qualsiasi cambiamento. Ora il tempo gioca a favore di Yazid, come lo chiamano in famiglia, quinto figlio di una coppia di berberi che dalla Cabilia - per fuggire la guerra in Algeria - nei primi anni 50 ripararono in Francia. Zidane diventerà CT della Francia e coronerà dunque il suo sogno, riallacciando quella storia interrotta nel 2006 a Berlino, quel viaggio che toccò il suo punto più alto con la conquista della Coppa del Mondo del 1998, nel Mondiale casalingo vinto - 3-0 al Brasile di Ronaldo in finale - sull’onda di un entusiasmo nazionale che non ha avuto riscontri simili.
Era la Francia “Noir, Blanc et beur”, la nazionale multietnica dei figli degli immigrati, da Thuram a Djorkaeff, da Desailly a Karembeu, da Vieira a Lizarazu, che sfilò sui Champ Elysee e consegnò ai francesi l’illusione di un orizzonte sociale dove tutti potevano convivere nelle differenze e colmò - da un punto di vista calcistico - il vuoto del ricordo lasciato dalla squadra di Michel Platini, che molto aveva incantato negli anni 80 mancando però sempre l’affermazione planetaria e riuscendo ad imporsi all’Europeo (quello vinto in carrozza nel 1984). Della favolosa Francia campione del mondo per la prima volta Zidane era il faro e il riconoscimento vinto alla fine di quel magico 1998 - il Pallone d’Oro - andò solo a confermare che il ragazzo nato e cresciuto nel difficile quartiere di Le Castellane a Marsiglia meritava il suo posto nella storia del calcio. Due anni dopo - nella nuova Francia dei terribili Henry e Trezeguet - c’era ancora Zidane a dirigere l’orchestra e a vincere il titolo europeo per una memorabile doppietta.

Se Cannes e Bordeaux - le squadre francesi in cui ha giocato dal 1988 al 1996 - gli sono servite da piedistallo, sono state Juventus (1996-2001) e Real Madrid (2001-2006) a regalarci le giocate più belle di un repertorio immenso. Perché Zidane - con il pallone tra i piedi - sapeva fare davvero tutto. Ballava - la famosa “veronica” è stata per anni il suo marchio di fabbrica - dettava i tempi del gioco, accelerando o rallentando, sfoderava assist favolosi per i compagni, andava a rete con una frequenza irresistibile, soprattutto nelle partite che pesano: c’è la sua firma sulla coppa del mondo ovviamente - doppietta di testa al Brasile - c’è la sua firma - con uno dei gol più sensazionali della storia della competizione - sulla Champions League vinta con il Real nella notte di Glasgow contro il Bayer Leverkusen. Oggi, a cinquant’anni, Zidane segue la crescita calcistica dei quattro figli che ha avuto da Veronique (nessuno lo eguaglia, ma tutti stanno provando a costruirsi una carriera dignitosa), passa il tempo tra Madrid e qualche atollo ne Caraibi, e intanto sta alla finestra. Si è lasciato scivolare sulle spalle la candidatura alla panchina del PSG, aspetta la Francia. E la Francia aspetta Zizou.