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Stasera la Stella Rossa che Pioli giustamente non vuole snobbare, domenica il derby, giovedì prossimo il ritorno a San Siro contro la Stella Rossa e tre sere dopo la trasferta contro la Roma. Quattro gare niente male per i rossoneri in generale e per Ibrahimovic in particolare, anche se stasera il totem svedese riposerà, almeno all’inizio. Poi in teoria, ma molto in teoria ricordando lo scivolone di La Spezia, ci saranno due partite contro avversari meno insidiosi, come l’Udinese in casa e il Verona fuori, tra mercoledì 3 marzo e domenica 7.

Non sappiamo se nel frattempo il Milan sarà tornato in testa alla classifica, oppure se inseguirà ancora l’Inter. Sappiamo, però, che in quella prima settimana di marzo Ibrahimovic dovrà fare gli straordinari tra Sanremo e San Siro. E allora diciamo subito che condividiamo le parole, come sempre chiare e coraggiose, di Fabio Capello che aveva svezzato Ibrahimovic alla Juventus, dopo aver vinto tutto sulla panchina del Milan, più di Sacchi, perché con lui i rossoneri sono arrivati tre anni di fila in finale di Champions, hanno vinto quattro scudetti, dei quali tre consecutivi e soprattutto hanno centrato nella stessa stagione (1994) la doppietta scudetto-Champions, mai riuscita ad altri allenatori italiani.

Capello, dall’alto della sua esperienza, ha criticato Ibrahimovic, domenica scorsa negli studi di Sky, dicendo che non dovrebbe andare a Sanremo perché deve rispettare la società che lo paga. Secondo gli impegni presi da tempo, ovviamente non a titolo gratuito, Ibrahimovic infatti ha dato la sua disponibilità a partecipare come ospite a tutte e cinque le serate del Festival, da martedì a sabato, assicurando di avere informato da tempo la società. In quella settimana, però, il Milan giocherà mercoledì a San Siro contro l’Udinese, in orario ancora da stabilire e poi, il giorno dopo la serata finale del Festival, sarà in campo domenica, alle 15, a Verona. Se andasse avanti e indietro in elicottero, Ibrahimovic dovrebbe fare il pendolare per cinque giorni. Altrimenti, come ha spiegato Amadeus nell’intervista di oggi alla Gazzetta, rimarrà ad allenarsi da solo a Sanremo tra la partita di mercoledì e sabato sera.
Un caso senza precedenti, anzi diciamo pure una follia perché un conto è partecipare a una serata come ha fatto l’anno scorso Cristiano Ronaldo, un altro ben diverso essere sempre presenti sul palco, lontano dalla squadra. Abituato a fare sempre quello che vuole, quasi per sfidare tutti in campo e fuori anche a 39 anni, Ibrahimovic stavolta però esagera, perché ha dei doveri nei confronti della società che lo paga, dei compagni e indirettamente dei tifosi. Ma più di lui è colpevole la società che non gli ha negato per tempo questo permesso e a maggior motivo non glielo nega adesso che il Milan è in piena corsa per lo scudetto.

Non ci sono controprove, ma escludiamo che Berlusconi e Galliani avrebbero concesso un simile permesso a Van Basten, e per rimanere al calcio di oggi escludiamo che Agnelli lo avrebbe permesso a Cristiano Ronaldo. Ibrahimovic, dal suo punto di vista, può dire che ha ricevuto il permesso senza sentirsi in colpa. Ben diversa è la posizione del Milan perché il presidente, sia pure di facciata, Paolo Scaroni non può dire testualmente a Radiouno: ”Considero Ibra un fenomenale atleta e un fenomenale professionista. Ogni cosa che fa ha una sua logica”. Una clamorosa uscita a vuoto, perché con questo ragionamento anche gli altri professionisti del Milan potrebbero andare a Sanremo come lui, quest’anno o in futuro.

E allora è lecito chiedersi se, e soprattutto in quali condizioni, giocherà Ibrahimovic mercoledì contro l’Udinese e poi la domenica successiva a Verona. Come si dice in questi casi “ai posteri l’ardua sentenza”. Con la speranza che nel frattempo, in assenza di una presa di posizione forte da parte di una società rivelatasi fin qui debole, prevalga il buon senso. Ibrahimovic, infatti, potrebbe partecipare soltanto a una o due serate, collegandosi nelle altre da remoto. Altrimenti vincerebbero soltanto lui e Amadeus, tra l’altro interista. Non il Milan sempre costretto a inseguire, prima a San Siro e poi a Sanremo.