45

ENRICO MAIDA, editorialista del Messaggero, già inviato del Giornale, redattore capo della Gazzetta dello Sport e vicedirettore del Corriere dello Sport-Stadio. inizia con questo articolo la collaborazione con calciomercato.com.

Quando Alessandro Florenzi si è sfilato la fascia di capitano che tanto lo aveva inorgoglito, la Roma ha assunto un’immagine che non si era mai vista dal giorno della sua fondazione, 88 anni fa. Con l’ingresso di Falque, la formazione in campo presentava undici stranieri su undici come capita spesso all’Inter, non a caso internazionale, ma come mai era successo nella famiglia giallorossa che ha sempre vantato una forte identità territoriale: basta pensare ai capitani dell’ultimo trentennio, da Di Bartolomei a Giannini, da Totti a De Rossi, per capire quanto sia forte questa voglia di cantera come direbbero gli spagnoli.

Un polacco, un brasiliano, un greco, un tedesco, un belga, due bosniaci, un egiziano, un ivoriano, un argentino, uno spagnolo, due francesi: d’accordo su Roma caput mundi, ma questa Babele del pallone forse va al di là di quelle regole non scritte che da sempre sorvegliano il pianeta calcio.

Che questo fatto a suo modo storico sia coinciso con una sconfitta dopo cinque vittorie consecutive, può essere solo uno scherzo del Fato ma anche un segnale da cogliere al volo. Perché undici stranieri senza nemmeno un blocco, undici calciatori di tre continenti, difficilmente riusciranno a intendersi su quello che c’è da fare e su quello che non c’è da fare. Garcia può essere bravo quanto volete ma per far funzionare il  famoso gruppo, parola abusatissima nelle tribune televisive, serve qualcosa che non si trova sul mercato: capirsi.

Il simbolo della vicenda è Szczesny, il portiere polacco che l’Arsenal ha prestato alla Roma. Un cognome impronunciabile (sette consonanti su otto non sono previste dalla lingua italiana) e un rendimento tendente al ribasso che fa pensare al recupero del vecchio De Sanctis, uomo di spogliatoio molto influente. La Roma ha spesso avuto un rapporto conflittuale con i portieri: persino il numero uno dell’ultimo scudetto, il cupo Antonioli, fu oggetto di una clamorosa contestazione dopo l’ennesima papera. Stavolta tocca al polacco, bocciato impietosamente da Garcia che per commentare il gol di Medel, detto il cinghialotto, ha detto testualmente: non tirava Neeskens. Per i più giovani che non possono ricordarlo, Neeskens beffò Zoff con un tiro da lontano negando all’Italia la finale dei mondiali ’78. Zoff, tre consonanti su quattro.

Enrico Maida