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In una lunga intervista al Corriere della Sera, l'allenatore del Napoli Rafa Benitez ha toccato diversi punti: "Quando firmo per una squadra penso che resterò 10 anni. Io non sono un allenatore che arriva, fa spendere 200 milioni, vince e se ne va. Io inseguo idee, progetti, obiettivi come il vivaio, il centro sportivo, il futuro del club, magari una Fondazione. Per questo serve tempo. 

Hamsik è un caso? 
«Il suo problema non è il ruolo in campo. Il punto è che, partito Cavani, deve assumersi più responsabilità, soprattutto quando mancano Higuain o Reina, i nostri leader. Le qualità le ha, sta lavorando bene. Si sbloccherà».

Ha detto che i giocatori contano più degli allenatori: ci crede davvero? 
«Certo. Noi prepariamo le partite ma se gli altri cambiano in corsa io che faccio, entro e distribuisco ai miei un altro foglio di istruzioni? Ciò che serve è capire il calcio».
In che senso? 
«Pensi a Jorginho. Si diceva potesse giocare solo basso in una mediana a tre. Invece arriva da noi e gioca subito benissimo anche a due. A 22 anni ha dimostrato di capire il calcio».

Quando parlava di allenatori con portafoglio da 200 milioni non pensava al suo vecchio nemico Mourinho, vero? 
(sorride) «Per me ci sono tanti modi di arrivare al successo, ognuno legittimo. Il mio è quello di un professore di educazione fisica che pensa che la cosa più importante sia insegnare».

Voleva farlo anche all’Inter. Invece, dice lei, Moratti non ha mantenuto le promesse
«È un fatto. Quando arrivai a Milano parlammo di tanti progetti di rinnovamento. Poi tutto saltò. Io con Branca e Ausilio lavoravo bene, ma sono scattati meccanismi interni su cui è meglio sorvolare. Mi spiace, perché c’erano le potenzialità per continuare a vincere».

Bastava darle i tre che voleva: Mascherano e Kuyt
«Non ci penso più. L’Inter non è un nervo scoperto. Ne parlo solo perché me lo chiedete».