20
Hanno sparato al Pistolero, vergogna. Lo ammetto, io sono tifoso dell’Uruguay. L’Italia prima di tutto, così anche martedì sera tifavo per quella scellerata banda di 23 individui (e individualisti) che nello stadio tra le dune si sono fatti prendere a pallonate e morsi dai ragazzi con il sole nella bandiere e nel cuore. Insomma, stavo con l’Italia, perché sono nato a Genova, perché questo Paese mi ha fatto studiare e perché  l’italiano usato nella mia bottega da giornalista mi permette di vivere benone. Però lo sapevo e in verità ai miei compari italiani, gli inseparabili Massimilano Nerozzi (La Stampa) ed Enrico Currò (La Repubblica) lo avevo detto: “Passa l’Uruguay”. Lo avevamo capito tutti e tre (non siamo solo carogne, è questione di sensibilità) la sera prima della partita e la sera prima ancora. Lo avevamo percepito davanti all’Oceano, sul lungomare (o sarà lungoceano, boh?) di Natal, mentre cinque italiani andavano a caccia di femmine e infradito Havaianas a 29 reais (le ciabatte a 29 reais)  e due di loro indossavano la maglia azzurra, uno quella del Real Madrid, altri due la camicetta del Brasile.

Passino le ragazze, ma i miei dell’Uruguay erano fatti di un’altra pasta. Ed erano migliaia, tutti con la loro camicetta celeste, la loro bandiera, il loro grido di battaglia, “Uruguayos campeones de America y el Mundo, esforzados atletas que acaban de triunfar”. Andatevela a scaricare su youtube, è quello che cantano i fratelli del presidente José Mujica, per tutti Pepe, un partigiano della Democrazia, uno che non vive in un palazzo modello  Quirinale, ma nella fattoria alla periferia di Montevideo dove ha sempre vissuto. Ecco, ora tifo Uruguay anche per un uomo così, per chi è stato navigante con l’acqua alla gola e contadino senza conoscere la terra ed è partito dall’Italia per emigrare pure a Montevideo, vicino alla fattoria di Pepe.  Per chi ha conosciuto la fame e ora non dice che l’Uruguay offre il meglio nei momenti difficili, perché sa che i momenti difficili non finiscono mai.
Quelli che hanno fame e finiscono per morsicare chi li ha presi a calci dal primo minuto. Quelli come Luis Alberto Suarez, attaccante del Liverpool che a gennaio Berlusconi sognava di scambiare con Balotelli. Suarez, il Pistolero messo fuori dal Mondiale, fermato per quattro mesi, per quel morso e soprattutto perché era l’attaccante più forte atterrato quest’estate in Brasile. Meglio non rischiare un altro “Maracanazo”. Attenti però: “Uruguayos campeones de America y el Mundo, esforzados atletas que acaban de triunfar”. Forza Uruguay, che forse è anche quell’Italia che mi manca di più, una Celeste nostalgia. 


Giampiero Timossi (giornalista Il Secolo XIX)
Su Twitter: 
@GTimossi

LEGGI GLI ARTICOLI DI TIMOSSI ANCHE SUL SUO BLOG