Non sono per nulla d’accordo con quanto affermato da Maurizio Sarri dopo la sconfitta del suo Napoli con la Roma: “La lotta per lo scudetto riguarda solo la Juventus, per adesso abbiamo avuto la forza di renderle la vita difficile, ma è evidente che loro sono di un altro pianeta”.
Dichiarazione inaccettabile per due ragioni. La prima: in classifica la Juve è ancora dietro il Napoli e, per sorpassarlo effettivamente, deve battere l’Atalanta allo Stadium, compito non esattamente agevolissimo (all’andata fu 2-2). Fino ad allora (14 marzo), e anche dopo, il Napoli ha il dovere di vincere sempre perché questa era la mission della stagione. E anche perchè la Juventus che ha sbancato Roma, sponda Lazio, con un gol di Dybala, è una squadra che di punti ne perderà. La seconda: per conquistare il terzo scudetto della sua storia, il Napoli ha sacrificato sull’altare del realismo prima la Champions League, poi la Coppa Italia e infine l’Europa League. E sentir dire da Sarri che: “avendo fatto cose straordinarie fin qui, adesso si pretende da questo gruppo qualcosa che forse va oltre le nostre potenzialità” il mio pensiero è il seguente: o ha sbagliato calcoli e strategia o ci sta prendendo amaramente per i fondelli.

Sarri sa prima di tutti che quest’anno l’obiettivo suo, del club e dei giocatori era (e resta) lo scudetto. E per arrivare a quello, l’allenatore aveva chiesto alla società di confermare in blocco la squadra del secondo posto: niente cessioni, niente acquisti (a parte l’inutile Ounas, messo in campo con il contagocce), un patto con l’ambiente per remare tutti nella stessa direzione, sacrificando ambizioni personali e migliori offerte. Alla fine, in base al risultato, l’apoteosi o il liberi tutti. Può essere che quattordici calciatori siano pochi per vincere un titolo. Tuttavia è questo il modello-Sarri e a questa filosofia si è adeguata la società quando ha accettato il turnover in Champions, in Coppa Italia e in Europa League. Una decisione che non può essere presa a cuor leggero perché, oltre al prestigio e ai titoli, qualificarsi in Champions o fare strada in Europa League significa realizzare anche introiti non indifferenti. 

Qualcuno, come lo scrittore Luca Serafini, sostiene che a gennaio De Laurentiis sarebbe dovuto andare sul mercato internazionale per assicurarsi Theo Walcott (passato dall’Arsenal all’Everton per 20 milioni), un esterno polivalente in grado di produrre nel Napoli quel salto di qualità che non avrebbero realizzato né Verdi (che fece il gran rifiuto), né Politano. Affermazione condivisibile se per Sarri, esattamente come è per Allegri, una squadra fosse la somma dei valori individuali. O, come nel caso di Dybala a Roma, questi valori venissero trascesi dal talento o dal fuoriclasse. Sarri, però, è un altro tipo di tecnico. Attraverso i calciatori allena il gioco, non viceversa. I calciatori sono il mezzo, non il fine. E quindi ho il dubbio che, laddove De Laurentiis gli avesse messo a disposizione un grande giocatore (e Walcott lo è), Sarri avrebbe chiesto tempo per integrarlo nei suoi meccanismi. Resta da capire, allora, perché avesse accettato Verdi. Perché lo conosceva? Perché aveva giocato nell’Empoli?

Se fosse per questo motivo, anche Valdifiori o Tonelli, erano conosciuti dall’allenatore per aver giocato nell’Empoli. Ma nel Napoli, il primo non ha mai giocato (e adesso non gioca neppure con il Torino), l’altro lo fa pochissimo.  La mia impressione - spero fallace - è che Sarri non sia ancora in grado di gestire una rosa cospicua e qualificata. Eppure è necessario perché il calcio, specialmente quello europeo di vertice, è da tempo orientato in questa direzione. E se, come credo, scudetto o non scudetto, alla fine della stagione l’allenatore lascerà gli azzurri, altrove dovrà imparare a convivere con più competizioni. Non esiste, ad alto livello, un club che rinunci, più o meno consciamente, alla coppa nazionale e, soprattutto, a quelle europee per vincere un titolo interno. Ma se è accaduto - come hanno fatto a Napoli - adesso non si può dire, né pensare, che quell’impresa sia al di sopra delle possibilità umane. Era una scelta ponderata e rispettabile che deve portare al risultato auspicato. In caso contrario non ci sarà consolazione (“siamo come l’Olanda degli anni settanta”), ma fallimento.