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In un celebre film degli anni 90 - un bellissimo film: «L’odio» - il protagonista racconta la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani e mentre cade - ad ogni piano, per farsi coraggio - dice tra sé e sé: Fino a qua tutto bene, fino a qua tutto bene". E dunque: il problema non è la caduta, ma l'atterraggio. Ci è venuto in mente questo flash pensando a ciò che sta succedendo a Eusebio Di Francesco che ieri sera, subito dopo la sconfitta al Dall'Ara contro il Bologna ripeteva ai cronisti: "La squadra non è in difficoltà, ma ora servono punti".

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Invece è arrivata la terza sconfitta in tre giornate. Il calcio è una favola che ognuno di noi - nessuno escluso - racconta a proprio piacimento e c'è sempre un lieto fine. Ma la parabola di Di Francesco è lì a dirci che certe storie vanno di male in peggio, e sembra che niente possa fermare la rovinosa caduta di un allenatore che soltanto pochi anni fa veniva considerato il più talentuoso della sua generazione. Chissà. Tre partite non devono e non possono decretare il fallimento di un allenatore, ma possono essere l'indizio di una pericolosa china. A questo deve aver pensato il presidente del Verona, Maurizio Setti. Che semplicemente ha preso paura. E deve aver pensato: se andiamo avanti così non se ne esce. Esonerare Di Francesco deve essergli sembrata l'unica soluzione plausibile.

Forse Setti ha pensato - e ha tremato - al Di Francesco di Cagliari, che da fine dicembre 2020 a fine febbraio 2021 mise insieme una striscia horror: 7 sconfitte consecutive, un pareggio e altre 3 sconfitte per un totale di 10 sconfitte in 11 giornate, prima che Giulini decidesse che forse valeva la pena chiamare Semplici e provare seriamente a salvarsi (come infatti è accaduto). Forse Setti ha pensato al Di Francesco che sulla panchina della Sampdoria rimase solo otto giornate, vincendo due partite e perdendone sei. Certo, il Verona si è indebolito rispetto all'anno scorso. Per ultimo se n'è andato Zaccagni, passato alla Lazio sull'altare del bilancio. E in estate erano stati ceduti Silvestri, Lovato e Dimarco. Gli arrivi di Hongla, Montipò, Simeone e Caprari non hanno pareggiato la diseguaglianza tecnica di un calciomercato che ha abbassato la qualità media della squadra.

Ciò non toglie che nel passaggio da Juric a Di Francesco molte cose siano cambiate (in peggio). Di Francesco è giovane, ha appena compiuto 52 anni, avrà tempo di riflettere sui reali motivi dell'esonero e prenderà un’altra rincorsa, su questo non ci sono dubbi. Ma è indubbio che la sua stella sia calata senza preavviso. Il 2 maggio 2018 quest'uomo era sulla panchina della Roma, aveva appena battuto il Liverpool 4-2 all'Olimpico, sfiorando così il passaggio alla finale di Champions (all'andata era finita 5-2 per gli inglesi). Nel turno precedente, ai quarti, aveva eliminato il Barcellona, con quella che rimane la sua partita perfetta: 3-0 a Messi e compagni, ribaltato il 4-2 subito al Nou Camp, motivatissimo delirio all'Olimpico.

Magic touch del Difra, di quello si parlava. L’ha forse perso? Capita a tutti - in ogni ambito lavorativo - di attraversare momenti cupi, ingolfati da una cattiva stella. Poi passa, quasi sempre. Non è diventato scarso in un attimo, come però non era un maestro di calcio fino a un attimo fa, quando le cose andavano bene. Ci vorrebbe più cautela nei battesimi e nei giudizi. Di fenomeni veri, in panchina, in giro ce ne sono un paio, c'è una consistente pattuglia di bravi allenatori, un gruppone che si arrangia e qualche sopravvalutato. Al netto di dove va collocato, il problema di Di Francesco, oggi, è uno più di altri: la mancanza di fiducia nei suoi confronti. Setti - banalmente - non aveva più fiducia in lui. Il recente passato è una zavorra difficile da sopportare. L'ultima partita vinta in Serie A dall'allenatore abruzzese risale al 7 novembre 2020: Cagliari-Sampdoria 2-0. 310 giorni senza lo straccio di una vittoria sono un tempo lunghissimo. Da allora Di Francesco è dato in panchina altre venti volte, 17 col Cagliari e 3 col Verona, senza mai vincere, anzi, perdendo 15 volte. Un po’ troppo, da qualsiasi parte si vuole considerare la questione: è un dato oggettivo che fotografa il grande momento di crisi di un allenatore che ha perso le coordinate del proprio viaggiare.