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Nel calcio italiano c’è un solo dirigente che vince esattamente quanto gli allenatori che sceglie: si chiama Giuseppe Marotta, lavora nel calcio da quasi cinquant’anni, alza poco la voce, non rivendica mai i suoi meriti, va in ufficio alle 8 e stacca - quando stacca - dopo mezzanotte.

La Juventus ha avuto la fortuna di averlo nel proprio organico - era l’amministratore delegato - per dieci anni, periodo nel quale ha vinto otto scudetti, alcune coppe nazionali ed è arrivata due volte in finale di Champions League. Nessuno - sano di mente - avrebbe mai pensato di rimuoverlo, se non per gravi o inconfessabili motivi.

Invece, una bella sera di novembre, Marotta si presentò in televisione prima di una partita per dire che la Juve non lo avrebbe confermato nel Consiglio di amministrazione e che, dunque, sarebbe decaduto anche dalla carica di amministratore delegato.

Poco male - pensarono gli stolti - c’è Paratici che è un suo allievo. Ma non sarebbero stati stolti se non avessero ignorato che, tra i due, la differenza è abissale. Paratici, ovviamente, si era fatto bello agli occhi del mondo e, soprattutto, di Andrea Agnelli conducendo l’affare-Ronaldo, ovviamente in opposizione a Marotta. Il quale, sapendo di conti e di gestione, capiva bene quanto quell’operazione sarebbe stata rovinosa per la Juventus.

Si dice, ma chissà se è vero, che proprio quel dissidio con Agnelli sia stato la causa della rottura. Tuttavia, se davvero fosse così, si capirebbe quanto è stato miope il comportamento del presidente e dannosa la sua idea di inseguire Ronaldo. Il suo arrivo - come dimostrato dai fatti - non solo non ha migliorato i risultati della squadra, ma ha appesantito i conti fino a renderli insostenibili.

Così Marotta, tra lo scetticismo degli ingrati, se ne è andato all’Inter. Ed è stata, forse, la migliore mossa di Zhang. Arrivato con l’incarico di amministratore delegato della parte sportiva a campionato in corso, Marotta ha gettato le basi per l’Inter del futuro. Prima, ingaggiando Antonio Conte, con il quale il club ha vinto lo scudetto l’anno passato. Poi, sostituendolo con Simone Inzaghi nel momento in cui le pretese dell’allenatore salentino erano apparse inaccettabili.
Il capolavoro non è stato vincere con Conte, ma mantenere in piedi un progetto di successo, rinunciando a lui e cedendo Lukaku e Hakimi per risanare, almeno in parte, una società a forte rischio di liquidità.

Nei lunghi mesi di vacanza di Zhang, con i vertici tutti costretti in Cina e il rischio di non pagare gli stipendi a fine mese, Marotta è stato il timoniere senza macchia e senza paura di una nave in balìa delle onde e delle illazioni. Arrivata in porto, ha saputo rammendare le vele, motivare la ciurma e scovare un altro comandante, magari meno celebrato di Conte, ma che avesse le stesse caratteristiche nel sistema di gioco.

Così è arrivato Simone Inzaghi che, prima di tutto, era ed è motivato a vincere uno scudetto che ancora gli manca, è giovane ma amato, comprende le esigenze della società, ha accettato le partenze dei più bravi nonostante gli arrivi di un attaccante stagionato (Dzeko) e di un terzino non ancora affermato (Dumfries).

Adesso, come un anno fa, anzi meglio di un anno fa, l’Inter è in testa alla classifica, è agli ottavi di Champions League, ha vinto la Supercoppa e pensa alla Coppa Italia come un obiettivo possibile per fare, magari, Triplete nazionale.

Nel frattempo, non solo Marotta ha risolto quasi tutti i casi spinosi prolungando i contratti dei calciatori più bravi e rappresentativi, ma cercherà di soffiare Paulo Dybala alla Juventus che, dopo aver salutato Paratici, si è messa nelle mani del tagliatore di teste Arrivabene. I bianconeri sono quinti in classifica, rischiano il posto Champions per il secondo anno consecutivo (Pirlo, un’altra grande idea di Agnelli, lo conquistò nell’ultima mezzora dell’ultima di campionato) e sono stati costretti ad un aumento di capitale di 400 milioni per non vedersi dichiarare falliti.

Inter e Juve sono, dunque, agli antipodi. In mezzo c’è Marotta. Chi ce l’aveva lo rimpiange, chi se lo è preso sa di non poterne fare a meno se vuole avere un futuro equilibrato e lungamente vincente.